I liberaldemocratici, nelle ultime elezioni inglesi, avevano lanciato una proposta apparentemente curiosa in fatto di sanità: trasformare i “primary care trust” – i corrispondenti della nostra Asl- in organi elettivi. In realtà l’idea non è così nuova e ne abbiamo traccia nell’opera di Maccacaro negli anni ’70. Proprio oggi, nel pieno della discussione di deficit sanitari, di critica ai poteri dei Direttori Generali sempre più monocratici, di ingerenze della politica persino nella nomina dei primari degli ospedali, questa proposta non è certamente da scartare. (altro…)
Dorino Piras
La Salute, l'Ambiente, il Lavoro
Quando parliamo di ambiente non possiamo non parlare di salute. Un esempio fondamentale è il legame che esiste tra la sfida energetica e la tutele della salute. Uno dei nodi principali infatti non sembra essere tanto la possibilità di reperire energia, bensì le conseguenze dell’utilizzo di fonti energetiche alle quali ci stiamo affidando in modo “eccessivo” e i relativi impatti dannosi. Quindi uno dei primi passi da compiere è l’individuazione degli effetti sull’uomo e dei fattori scatenanti. Richard Klausner individua alcuni punti su cui interrogarsi preventivamente nella valutazione delle differenti possibilità di scelta:
- quali saranno gli effetti
- in che modo si manifesteranno
- quale sarà la loro portata
- quando si manifesteranno
- chi verrà colpito in misura maggiore.
Esistono strumenti scientificamente consolidati per rispondere a queste domande?
Uno degli strumenti più raffinati che viene impiegato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nelle sue rendicontazioni sullo stato globale della salute è il DALY, sigla che significa Disability-Adjusted Life Years. Questo strumento permette di “misurare” il peso della malattia in una comunità attraverso la combinazione di diversi parametri: perdite dovute a morte prematura e perdite di vita sana dovuta a forme di inabilità. 1 DALY è uguale allaperdita di un anno di vita in buono stato di salute. Tra le diverse funzioni, il DALY serve anche a selezionare e misurare il costo degli interventi per la prevenzione e/o cura di determinate malattie, quindi anche per la definizione delle priorità in sanitarie e per la scelta dell’attribuzione di risorse finanziarie e umane.
La nostra città dovrà affrontare molte scelte importanti in campo ambientale che avranno conseguenze sulla nostra qualità di vita, sulla nostra salute. Dovremo disegnare priorità e farne derivare scelte. Ma dovremo farlo con tutti i migliori strumenti a disposizione, in maniera più scientifica e con persone capaci di ricercare nuove soluzioni non semplicemente improvvisando.
Ieri è sucesso che per la prima volta mi si sono presentate chiare, una dietro l’altra, le ragioni per le quali l’opposizione di questo paese riesce a perdere consensi anche quando il governo in carica si avvia allo sfacelo. E se davvero si riesce a vedere un mondo in un granello di sabbia, il mio non fa eccezione. Il mio granello di sabbia si chiama salute, o forse meglio cura delle malattie ed è un mondo che tutti conoscono, chi più chi meno, perchè fin da piccoli siamo abituati a fare i conti con la prima vaccinazione, la prima puntura, la varicella, un parente malato da andare a trovare in ospedale e via discorrendo. Tutti pensiamo di saperne abbastanza in maniera tale da parlarne, un po’ come la nazionale di calcio. Eppure non è così. (altro…)
Milano, 25 gen. (Adnkronos Salute) – I pediatri dicono sì alle domeniche a piedi come mezzo utile a ripulire l’aria delle città. Perché “anche se i blocchi del traffico possono essere considerati interventi ‘spot’, in realtà tutto quello che può ridurre i livelli di inquinanti contribuisce a diminuire i rischi per la salute”. Ed è un passo avanti verso l’obiettivo finale: “Creare un ambiente sempre più a misura di bimbo”. Questo il messaggio di Giuseppe Mele, presidente della Federazione italiana medici pediatri (Fimp), oggi in trasferta a Milano proprio mentre sotto la Madonnina – dopo 12 giorni consecutivi di polveri sottili a concentrazioni ‘fuorilegge’ – si discute la possibilità di un blocco totale del traffico domenica prossima. (altro…)
Roma, 17 gen. (Adnkronos Salute) – A lavorare negli ospedali, negli ambulatori e nelle Asl del Servizio sanitario nazionale sono 734.183 operatori. Di questi, 119.369 sono dirigenti medici e 290.278 sono invece infermieri. E’ la fotografia scattata dal Conto annuale 2009 della Ragioneria generale dello Stato – il rapporto che ogni anno registra numero, caratteristiche e costi del personale pubblico italiano – analizzato dal Centro studi della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) e pubblicato sul proprio sito web. Sul totale del personale, quelli con contratti a tempo indeterminato rappresentano la maggioranza con 693.730 unità, contro le 40.453 unità con rapporti di lavoro flessibili e quindi precari (tempo determinato, interinali, lavori socialmente utili, formazione lavoro e telelavoro). (altro…)
Sicuramente la crisi economica colpirà la maggioranza delle famiglie con una riorganizzazione – nei fatti una riduzione – dei propri consumi e investimenti. Ma esisterà una fascia di popolazione che si troveranno in una situazione molto critica in cui si riveleranno consistenti problemi di salute immediati. In sostanza per una parte della popolazione la crisi non produrrà conseguenze immediate sulla salute, per un’altra invece saranno immediate perchè la crisi non colpirà in modo omogeneo e scaricherà gran parte dei costi e degli effetti su una certa fetta della popolazione che già in precedenza aveva meno beneficiato dello sviluppo economico. Qui si lega un’obbiettivo ben presente a chi opera sul sistema sanitario dal punto di vista progressista e cioè la necessità di evitare quanto più possibile danni o morti dove sia possibile.
Non sono certamente nuove le indagini che documentano con solide evidenze come situazioni socio-economiche svantaggiate favoriscono disturbi mentali, cardiovascolari fino all’aumento del numero dei suicidi. Improvvise contrazioni di reddito causano cambiamenti significativi negli stili di vita con maggior propensione verso il rischio (alimentazione di scarsa qualità, maggiore assunzione di bevande alcooliche e sostanze stupefacenti ecc.): in sostanza la crisi peggiora la capacità individuale a tutelare la propria salute. Questi effetti non possono essere solamente lasciati al gioco economico, ma necessitano che il sistema sanitario venga attrezzato per queste nuove esigenze, anche per tentare di mitigare questi effetti. Che fare quindi?
Esiste una volontà a livello della Regione Piemonte, di porre mano ad una profonda riorganizzazione del sistema sanitario. Ad oggi, in verità, non se ne comprendono le linee di sviluppo se non una generica volontà di ridurre il fronte della spesa, con la speranza che una razionalizzazione possa portare as un sistema sanitario che sappia meglio rispondere alla domanda di salute. Ciò ha una sua razionalità, ma sicuramente non solo non è suffciente, ma può portare ad un rovesciamento di ciò che crediamo: il bilancio non può essere un fine, ma al limite un vincolo rispetto al quale costruire le giuste risposte. E le giuste risposte, a mio modesto avviso devono svilupparsi tenendo conto che siamo in un momento in cui è necessaria una “medicina per i tempi di crisi” che possegga delle linee strategiche precise, come già segnalava Giovanni Fattore nel suo “crisi economica, salute e sistema sanitario”.
Innanzitutto bisogna capire come è fatta la domanda di salute e come cambia nelle diverse situazioni socio-economiche. Con uno sforzo davvero modesto devono essere resi leggibili e resi immediatamente disponibili i flussi di informazioni riguardo ai fenomeni su cui la crisi esercita effetti rilevanti. Sicuramente il monitoraggio della salute e della domanda di servizi, ma sopratutto porre particolare attenzione a patologie strettamente legate a situazioni di povertà – come ad es. quelle legate all’alimentazione o alle condizioni abitative -. Necessario sarebbe quindi creare attenzione a tutti quegli eventi sentinella facilemnte ottenibile dalla rete già esistente di medici di medicina generale ecc.
Bisogna quindi porre particolare attenzione nell’organizzare la risposta sanitaria a tutti quei servizi “sensibili” la cui maggior richiesta potrebbe creare delle “strettorie” che colpiscano in mnaiera privilegiata chi chiede aiuto nel momento di crisi. La crisi infatti non colpisce, come già detto, in modo omogeneo, ma può determinare dei “picchi” o differenze di richiesta in aree diverse.
Qui si lega la diminuita capacità di accesso ai servizi al momento non coperti in maniera sufficiente dal Sistema Sanitario. Questi servizi esistono e basterebbe citare settori quali le cure odontoiatriche, riabilitative, oculistiche, dove la spesa privata delle famiglie è forte e che rappresentano comunque aree di servizio essenziale. Necessario quindi monitorare il flusso di domanda che riguarda il settore privato il quale non copre solo prestazioni secondarie, ma appunto essenziali. Questa stretta osservazione può consentire iniziative mirate tempestive e permettere la dismissione di altre aree non necessarie ma al momento coperte dal Sistema Sanitario.
La sanità è un sistema cosiddetto labour intensive che appartiene ad una fascia di attività che moltiplica i propri effetti positivi sul sistema economico nazionale ma sopratutto locale. La crisi può essere un’opportunità per interventi in grado di migliorare i livelli di efficienza, ma questi interventi dovrebbero mirare ad aumentare i livelli di attività date le risorse, piuttosto che ridurre le risorse a parità di livelli di attività.
In sostanza esiste davvero una sanità dei tempi di crisi e attrezzare il nostro sistema di cure per alleviare l’impatto dell’impoverimento della popolazione deve restare un punto fermo della nostra politica sanitaria, soprattutto in sistema locale
Roma, 20 nov. (Adnkronos Salute – via univadis) – Pochi, sempre meno, e con un organico ridotto: è la fotografia scattata dal ministero della Salute sulla situazione dei consultori familiari in Italia, strutture finalizzate ad assicurare informazione e assistenza psicologica, sanitaria e sociale per la maternità, la paternità e la procreazione responsabile. A 35 anni dalla loro istituzione, ne risultano attivi solo 1.911 (dato 2009). Pochi, considerando che secondo la legge ce ne dovrebbero essere più di tremila. E invece di aumentare, la loro presenza sul territorio sembra ridursi. Nel 2007 se ne contavano 2.097, quindi in due anni ne sono stati chiusi o accorpati ben 186. Analizzando l’indagine pubblicata sul sito web del ministero della Salute, si scopre poi che solo in 6 Regioni (Piemonte, Provincia autonoma di Bolzano, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche e Sicilia) è presente in tutte le Asl un budget vincolato per l’attività dei consultori. Ma non è solo un problema di strutture. A scarseggiare è anche il personale che lavora all’interno dei consultori familiari. Secondo l’analisi, solo il 21% delle strutture dispone di 6-7 figure professionali, così come previsto dal Pomi (Progetto obiettivo materno infantile).
Nel momento in cui il Presidente della Regione Piemonte ha annunciato di voler mettere mano alla questione sanitaria, credo sia giusto ricordare a tutti noi alcune parole che i progressisti dovrebbero rilanciare in maniera forte e netta. La prima è che il bilancio delle spese sanitarie non rappresenta un fine, ma un semplice vincolo e tale deve rimanere. La seconda è che continuano ad esistere diseguaglianze di salute che possono essere sicuramente abbattute: le diseguaglianze di salute non sono degli ineluttabili destini, ma possono e devono essere superate. La terza è ricordare che ogni sistema sanitario deve recuperare salute e tutte le morti evitabili. Esiste una sacca di miglioramento a cui si può attingere immediatamente e senza costi aggiuntivi. Questi sì, sono fini che devono essere perseguiti come prioritari e sono alcune parole che solo i progressisti possono, con tenacia, rendere vive.
Malgrado le cautele di rito, il cosiddetto “vaccino anti-aids” – o Tat dal nome della proteina su cui agisce – ha molti pregi ed è la speranza di ognuno di noi, soprattutto di chi vede la devastazione della malattia. Tra tutte le positività è veramente utile segnalarne una spesso non ricordata.Il vaccino Tat, infatti come dice Enrico Garaci, Presidente dell’Istituto superiore di Sanità «è un modello perfetto di ricerca traslazionale pubblica, cominciata dal laboratorio per arrivare al letto del paziente. L’Istituto ha protetto la proprietà intellettuale registrando dieci brevetti». Da cui non si esclude un domani la collaborazione con le aziende farmaceutiche, ma al contrario la produzione e la commercializzazione troverà queste come grandi alleate. Ma questa volta su un piano di parità e con il beneficio della cosa pubblica. Un modello veramente da incentivare come nuova frontiera dell’innovazione della ricerca in cui gli istituti pubblici investono sulla formazione di ricercatori e ne traggono benefici, magari da reinvestire in un circolo virtuoso. Dove anche gli argomenti di ricerca possano essere indirizzati verso tutto ciò che è interesse appunto pubblico.