Dorino Piras

La Salute, l'Ambiente, il Lavoro

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Grattacielo a Torino


Vi piace come si sta sviluppando l’attuale discussione sul grattacielo di Torino?
Non c’è il sospetto che parlare di skyline della città o di raffronti con la Mole antonelliana nasconda ben altri problemi?
Siamo davvero in grado, con tutto l’inchiostro speso, di avere le migliori informazioni per decidere?
Certamente diverse idee “a pelle” su questi grattacieli le ho, ma devo ammettere che sono perlopiù preconcette perché mi mancano ancora molti elementi.
Questo è forse il punto che più fa imbestialire di questa discussione: sembra non esistano strumenti comuni, condivisi che possano farci comprendere i termini del problema, metterli in ordine, concorrere alla formazione di una decisione.
Ma soprattutto non conosciamo i criteri che faranno schiacciare il pulsante del sì o del no nei luoghi deputati.
Una proposta, prima ancora di giudicare l’idea, sarebbe quella di metterci d’accordo sui parametri da esaminare che devono essere soddisfatti ed attraverso i quali fa emergere i valori che la nostra comunità vorrebbe veder emergere.
A questo punto suggerirei, ad esempio anche agli amici giornalisti, di chiedere qualcosa sulla somma dei costi e benefici di questi progetti.
Anche per valutare la desiderabilità dei progetti di spesa dal punto di vista della società in modo da capire fino a che punto sia economicamente e socialmente giustificabile l’intervento programmato.
Tale valutazione non si limita al computo dei costi e dei benefici privati dell’intervento.
Questa analisi economica differisce da quella finanziaria per gli obiettivi ed i metodi di valutazione.
Nella prima si valuta il vantaggio sociale netto derivante (dall’insieme degli interventi pubblici comunque necessari) in rapporto ad una funzione di benessere sociale e non della redditività privata.
Quest’ultima infatti prende in considerazione se il flusso dei ricavi è superiore a quello dei costi, nel massimizzare il profitto.
Nell’analisi economica invece l’operatore pubblico cerca di massimizzare una funzione del benessere sociale: il progetto viene effettuato solo se si consegue un beneficio sociale netto.
Nel valutare i beni ed i servizi prodotti ed impiegati, i prezzi devono riflettere il valore che le risorse utilizzate hanno per la collettività.
Interessante sarebbe inoltre una semplice valutazione sulle alternative.
Non solo progettuali (famolo + o meno strano, alto, grosso…), ma ad esempio se la destinazione dell’area sia la migliore possibile, quella più vantaggiosa per la comunità (è un’area pubblica?) tra quelle immaginate in base a criteri espliciti.
Utile inoltre fare riferimento a tutti i costi e benefici che vengono sopportati e che vanno a vantaggio di tutti.
I costi riguardano i beni ed i servizi consumati nel corso della realizzazione del progetto, mentre i benefici sono i beni e servizi prodotti o risparmiati come effetto della realizzazione sempre del progetto.
Detto in altri termini i costi di un progetto sono costituiti dagli elementi che sono necessari per la sua realizzazione e le eventuali diseconomie esterne che esso genera. Analogamente i benefici del progetto sono dati dai beni e servizi e dalle eventuali economie esterne che esso genera.
I nostri amici statunitensi, che i grattacieli sanno cosa sono, prendono sempre più in considerazione nella costruzione, tutto il loro ciclo di vita, a partire dalle attività relative all’estrazione ed al trattamento delle materie prime necessarie per la sua produzione fino allo smaltimento finale, considerando il processo di fabbricazione, il trasporto, la distribuzione, l’uso, il riciclo ed il suo riutilizzo.
E’ un processo di valutazione dei carichi ambientali connessi con il prodotto, attraverso l’identificazione e quantificazione dell’energia e dei materiali usati e dei rifiuti rilasciati nell’ambiente, per valutare l’impatto di questi usi di energia e di materiali e dei rilasci nell’ambiente e per valutare e realizzare le opportunità di miglioramento ambientale anche dal punto di vista dello smaltimento finale che sarà a carico della comunità futura (avete presente il debito pubblico, quello che abbiamo ereditato dagli investimenti scriteriati passati e che adesso frenano il nostro sviluppo in maniera così incredibile? Beh trasportate il concetto sull’ambiente!).
Ognuno potrà aggiungere i suoi criteri.
Importante è che forse qualche nostra idea messa alla prova dei fatti, e non di amenità varie, potrebbe anche cambiare.

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Autorizzazione Integrata Ambientale

Questa mattina è iniziato il meeting europeo sulle Autorizzazioni Integrate Ambientali organizzato dalla Provincia di Torino.
Ottima la partecipazione con condivisione delle modalità con cui l’Amministrazione provinciale si è mossa anche da referenti nazionali ed europei.

A parte l’azione tecnica ed il rimando alla storia di questi anni ho appuntato nel mio intervento come sia necessario affermare l’importanza dell’avvio delle politiche ambientali “qui ed ora”: se i paesi industrializzati intendono trovare una via d’uscita alle problematiche, devono muoversi a partire dalle condizioni oggettivamente presenti ora e dalla legislazione attuale.
Non è realistico pensare che gli attuali problemi ecologici siano superabili di colpo, con un grande balzo in avanti. La nostra azione deve iniziare dal punto e dal momento in cui ci troviamo, ovvero utilizzare in modo critico e selettivo le idee disponibili nella nostra realtà locale e la nostra esperienza riletta secondo quelle idee.
Il meeting è un momento di azione in questa prospettiva. Come amministratori dobbiamo comprendere gli elementi che costituiscono il cuore della nostra società, gli aspetti di fattibilità economica e sociale delle richieste ambientali come anche gli ostacoli alle soluzioni corrette.
E’ di fronte a queste difficoltà poste dall’economia, dalle leggi e dalle stesse richieste di realizzazione che molte istanze ambientali trovano un moro insormontabile. In tutto ciò ritengo che l’introduzione dell’A.I.A rappresenti un momento fondamentale attraverso cui riuscire sempre più ad armonizzare le richieste ambientali con la realtà in cui ci troviamo ad operare per renderle finalmente applicabili.
Sono inoltre cosciente che la risposta alla domanda “quale ambiente desideriamo” non può essere fornita solo in termini scientifici, filosofici o economici, ma deve essere data dalla società in termini politici.
La scelta che sto tentando di portare avanti come amministratore della Provincia di Torino, di investire risorse economiche ed umane anche oltre i limiti richiesti, con una forte attenzione non tanto e non solo al numero di autorizzazioni – che è molto significativo a livello nazionale -, ma alla qualità e coerenza degli atti amministrativi è in questo senso una chiara e netta scelta politica.
Inoltre bisogna certamente continuare a chiedere una maggiore capacità di informazione a tutti comprensibile e la revisione in progress dei punti critici che la normativa ancora presenta, specialmente quelli provenienti “dal basso”, senza che questo però venga inteso come semplice ostruzionismo per bloccare anche la possibile riduzione degli effetti negativi delle produzioni: il conservatorismo non sta solamente a destra.

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Biocarburanti e truffe ambientali

Una nuova conferma di ciò che scrivevamo nel post sui biocarburanti ci viene da Jean Ziegler, Special Rapporteur dell’ONU per il Diritto all’alimentazione, che ha proposto una moratoria di 5 anni sull’uso di sementi per la produzione di biocarburanti come indicato dal bell’articolo di Maurizio Ricci su Repubblica del 28 ottobre. Ciò che accade è un’impennata dei prezzi agricoli su cui ha contribuito il boom della produzione di etanolo da mais, che sta piegando soprattutto i paesi poveri. Se nei primi quattro mesi del 2007 l’aumento medio a livello mondiale è stato del 4,5%, nei paesi cosiddetti emergenti l’inflazione alimentare ha raggiunto circa il 9%. Tenendo conto della percentuale del reddito che un abitante africano spende per la sussistenza (60%) contro uno americano (circa 10%) si può avere un’idea del problema. Se sicuramente una componente importante è data da cattivi raccolti da aumento della siccità, Ziegler punta il dito sulla scelta degli Stati Uniti che ha deciso di quintuplicare la produzione di etanolo da granturco anche mediante incentivi ai produttori con un implemento delle aree destinate a mais. Tenendo conto di recenti studi, per produrre biocarburanti in quantità tale da soddisfare il 5% dell’esigenze del trasporto, occorrerebbe destinate circa il 15% del totale delle aree coltivabili. Sono anche interessanti alcuni parametri considerati: tenendo fermo che il costo della benzina in USA è di 34 centesimi di dollaro al litro, l’etanolo derivato dalla canna da zucchero in Brasile costa in media 26 centesimi, quello americano da granturco 40 centesimi, quello europeo dalla colza 87. La riduzione delle emissioni di CO2 rispetto alla benzina è di circa il 20% per l’etanolo da granturco e del 91% per quello ottenuto dalla canna da zucchero. Ziegler ha proposto la moratoria fondamentalmente perché vorrebbe che la produzione di bioetanolo fosse derivata dagli scarti delle produzioni agricole e dal riciclaggio della cellulosa con un risparmio nelle emissioni di CO2 dell’88%. La moratoria potrebbe consentire alla tecnologia di affinarsi e permettere appunto la produzione di etanolo da scarti agricoli. Oltre ai già noti pericoli economici trovo anche interessante la chiosa di Carlo Petrini sull’argomento: “Bisogna incentivare la produzione di biodiesel in piccole quantità nelle aziende agricole, bisogna lavorare sugli scarti, bisogna convincere la gente a consumare meno carburanti. Bisogna vigilare affinché questa nuova frontiera tecnologica non diventi un altro strumento di imposizione del Nord, che ha bisogno di carburante per inquinare il pianeta con sempre meno complessi di colpa, sul Sud che non può rifiutare di concedere le sue terre, da sempre sua unica ricchezza, da sempre il miele che ha attirato i suoi guai”. Dal mio punto di vista l’impegno di cercare di attuare anche sul nostro territorio questa moratoria.
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Etichette: tra ambiente e democrazia

Ieri parlavamo delle misure che il Governo francese intende mettere in pratica a favore dell’ambiente. Vorrei approfondirne una che è stata ripresa in questi giorni anche da alcuni media e di facile comprensione: la targhetta anti-inquinamento sui cibi. In sostanza una variante del più conosciuto eco-label, uno strumento che permette al consumatore di scegliere il prodotto che minimizza l’impatto complessivo sull’ambiente sia nella fase di produzione che in quella di consumo.
In questa targhetta o marchio possono essere indicati diversi parametri quali ad esempio i grammi di CO2 che vengono liberati in atmosfera per la sua produzione o smaltimento, il bilancio energetico la scelta no-OGM e via discorrendo.

In realtà questo è un vero e proprio strumento economico seppure indiretto per diversi motivi. Innanzitutto può costituire un vantaggio in termini di concorrenza, scatenando una concorrenza tesa ad anticipare i concorrenti nella ricerca di prodotti meno inquinanti. Può anche spingere le imprese a modificare i processi di produzione con costi che le imprese potranno comunque recuperare grazie alla popolarità stessa del marchio tra i cittadini che sposteranno i propri consumi verso questi prodotti. La modifica dei processi di produzione può rappresentare anche un’opportunità per le stesse aziende in quanto l’analisi dei ciclo di vita (life cycle assessment–LCA) consente di evitare sprechi nell’impiego di materie prime e di consumo energetico che rappresentano una negatività economica ed ambientale. Se si prendono ad esempio in considerazione gli imballaggi e la loro progettazione se ne può comprendere l’utilità.
Mi preme soprattutto però porre in evidenza un fattore fondamentale che è il ruolo centrale dei cittadini nel processo di controllo del sistema economico, allargando la funzione di preferenza del prodotto secondo schemi di mercato.
Se immaginiamo il ciclo di produzione e consumo vediamo che in realtà il semplice sistema di mercato come oggi in azione, non può controllare se vengono superate le capacità di carico dell’ambiente di rifiuti ed emissioni rilasciate durante le fasi di produzione e consumo. La stessa informazione si ferma alla semplice qualità merceologica del prodotto e al più alle relazioni costo-beneficio su prodotti di concorrenza. Se però il cittadino è messo in grado di valutare, controllare la correttezza “ambientale” del prodotto assume un ruolo attivo con maggiore capacità analitica nel decretare il successo e l’insuccesso del prodotto con la conseguente azione sui comportamenti dei produttori.
Il cittadino in sostanza sarebbe quasi in grado di sostituirsi all’ambiente stesso ed allo Stato nel verificare che il prodotto abbia una sostenibilità ambientale, non solo alla fine del ciclo di vita quanto decide come smaltirlo (raccolta differenziata), ma anche nelle fasi di utilizzo della materia prima e di produzione, degli stessi spostamenti e dei modi di vendita, nonché nel trattamento di acqua, aria.
Tutto ciò non deve chiaramente essere inteso come eliminazione dei controlli ed il processo potrebbe anche non funzionare in maniera perfettamente efficiente, ma sicuramente diverrebbe uno strumento politico in più che deve essere messo a disposizione di tutti noi.

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Carbon tax alla francese

La Francia sembra muoversi verso l’ambiente. Anche se bisognerà vedere concretamente la traduzione pratica nei decreti collegati, il piano è ambizioso: riduzione del 50% dei pesticidi possibilmente in 10 anni, stop alla costruzione di strade e aeroporti salvo quelli legati alla sicurezza nazionale, sviluppo del sistema ferroviario soprattutto per il trasporto dei veicoli pesanti, implementazione della distribuzione delle merci via mare soprattutto verso Spagna ed Italia.
Il punto fondamentale però che apre la discussione è l’introduzione di una tassa sulla CO2 che dovrebbe assumere la forma del doppio dividendo / Carbon tax (
vedi post di questo blog Doppio dividendo) in quanto l’introito sarebbe utilizzato per ridurre la fiscalità che grava sul lavoro.
E’ fondamentale insistere su questo punto perché dovrebbe essere una strategia praticata convintamene dai lavoratori e dai loro rappresentanti: predisporre politiche che, generando entrate per lo Stato di carattere non distorsivo, diano luogo a benefici effetti riducendo gli oneri che gravano sul lavoro, ridare fiato alla competitività, sostenere politiche per l’innovazione e soprattutto sostenere il reddito dei lavoratori in un’ottica di equità.
Sarkozy si è inoltre spinto in dichiarazioni di principio quali la difesa del principio di precauzione (contro una parte degli economisti che lo considerano un freno alla crescita), lasciando intendere un via libera per l’introduzione dei pedaggi urbani, promettendo infine investimenti per la ricerca nel campo energetico e delle biodiversità oltre avanzare l’ipotesi di un’aliquota IVA più bassa per i prodotti ecologici. Continua però la difesa della via nucleare considerata a bassa emissioni.
Risulta interessante, perlomeno rispetto a casa nostra, anche il metodo seguito. Dapprima la formazione di 6 gruppi di lavoro (cambiamenti climatici, biodiversità, rapporto ambiente-salute, consumi sostenibili, democrazia ecologica, produzioni ecologiche), seguite da “consultazioni pubbliche” in tutte le regioni francesi e quindi redazione di un piano d’azione negli Stati Generali dell’ambiente (Grenelle de l’environnement) tenutisi appunto il 24 e 25 ottobre da cui deriviamo la notizia di oggi. Il tutto sotto la supervisione del Ministro dell’Ecologia e Sviluppo sostenibile e del Presidente francese stesso Nicolas Sarkozy.
Significativa risulta anche la dichiarazione di uno dei leader ecologisti transalpini: “Penso che l’audacia politica non è possibile senza una convergenza di interessi tra i cittadini, gli attori economici e la società civile. De facto, per la prima volta questa convergenza è stata raggiunta. Per quanto mi riguarda, non avrei mai accettato un catalogo di misure proposte dal governo in modo unilaterale”.
Se credo difficile, soprattutto in questo momento politico, che il nostro Governo possa raccogliere queste modalità d’azione con altrettanta chiarezza, ritengo però utile riproporre anche nel nostro livello locale provinciale delle modalità simili di azione. L’innovazione potrebbe essere quella di proporre un parallelo percorso anche per la comunità del web secondo le note modalità del peer rewiev, con maggiori garanzie dal punto di vista democratico.

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Tassa sulla congestione o sull’inquinamento?

Tra le diverse notizie sulle limitazioni del traffico a Torino causa smog, mi sembra che la più importante continui a non aver catturato la giusta attenzione. Si tratta dell’introduzione, prevista per il prossimo anno, per la città di Torino del cosiddetto road pricing.
Personalmente in tempi non sospetti avevo già sostenuto questa norma, ma ritengo utile chiarire alcuni aspetti che non potranno certamente esaurirsi in questa breve nota, ma che tenterò anche successivamente di sviluppare.
Concentrandoci sul costo-beneficio di questa norma dovremmo più precisamente parlare di “congestion charge” rispetto alla “pollution charge”. Il problema vero anche dell’inquinamento è infatti il congestionamento del traffico, che è provocato anche dai mezzi con emissioni ridotte.
Infatti considerando i diversi fattori che producono inquinamento, il maggiore contributo sembra essere dato proprio dal numero dei mezzi circolanti, oltre al numero dei Km da essi percorsa.
Riprendendo un’analisi di Panella “Le strade costituiscono un esempio di bene per cui l’offerta non è adattabile alle esigenze poste dalla domanda e godono della caratteristica di fornire servizi che sono simultaneamente goduti da più utilizzatori senza provocare una diminuzione del benessere. Tuttavia, dopo un certo livello, esse sono caratterizzate da rivalità nel consumo e assumono la caratteristica di beni pubblici congestionati. Il tempo perso dalla collettività dovuto al congestionamento è un costo esterno: per le imprese diretto, mentre per le famiglie è un mancato beneficio che sarebbe potuto derivare destinando il tempo ad altre attività. Ogni nuovo consumatore non solo sopporta un costo crescente, ma fa aumentare il costo sopportato dai consumatori precedenti. L’equilibrio di mercato – cioè il flusso di traffico – ha luogo sulla base del costo privato ed è quindi eccessivo, per cui occorre far sopportare ai consumatori privati il costo sociale delle loro azioni”.
In sostanza il livello di traffico generato dal mercato non è ottimale: esso non consente alla collettività di trarre il massimo vantaggio. La congestione alimenta ed alimentata anche da un uso eccessivo del trasporto privato, che danneggia il trasporto pubblico – svolto con mezzi ingombranti – con calo della sua domanda ed aumento del costo per il TPL. Il problema dell’uso dei carburanti alternativi o dell’idrogeno non è infatti particolarmente efficiente nel ridurre l’inquinamento da congestione.
Arrivando per inciso anche al paradosso che la diminuzione dell’inquinamento non porta di per sé alla diminuzione della congestione mentre è vero il contrario: la diminuzione della congestione porta a riduzione dell’inquinamento.
Quindi attenzione anche a come si disegnerà il provvedimento: l’efficienza crollerà se non verrà esteso a tutte le auto, e non solo a quelle più inquinanti; i proventi dovranno essere investiti nel TPL che dovrà essere potenziato anche agendo con tariffe o forme di abbonamento sostenibili.

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Barili di petrolio e conferme

A conferma di ciò che dicevamo ieri, è utile riportare alcune considerazioni presenti nell’intervista che lo sceicco Yamani ha dato ad Affari & Finanza in data odierna.
“I prezzi attuali del petrolio sono irragionevoli e insostenibili” dice lo sceicco. “Il problema è che ben difficilmente scenderanno in modo consistente almeno per tutto l’inverno che è il momento di maggior domanda. E tutto questo costituisce una seria minaccia all’economia mondiale”.
Ponendo successivamente l’accento sulla mancanza di volontà politica a livello di OPEC, continua sottolinenando come esistano almeno 7/12imi dell’OPEC “con una visione assolutamente miope, che vedono di buon occhio i valori attuali perchè le loro tasche si stanno incredibilmente arricchendo. Ma non capiscono che sul medio termine questa situazione porterà ad un rallentamento dell’economia ed allora le quotazioni precipiteranno in modo davvero incontrollato [...] Gli speculatori agiscono senza preoccuparsi delle conseguenze e senza alcun riferimento con il livello di domanda. entrano sul mercato con miliardi di dollari, conseguendo profitti immensi o perdite paurose”.
La ricetta avanzata sarebbe quella di riequilibrare la produzione con un aumento della disponibilità di barili di petrolio “Se aumenta la disponibilità fisica ricorrendo alle capacità produttive potenziali che esistono, non possono che scendere i prezzi”.
Conclude quindi rimarcando le fragilità del quadro politico – Turchia,Venezuela,delta del Niger, Iraq, Russia – che sostanzialmente complica il sistema domanda-offerta. L’analisi quindi sulla transizione energetica vede un’accelerazione per ciò che riguarda i fattori di perturbazione e la difficoltà sempre più netta al governo del sistema globale.
Il sistema domanda-offerta si sta sfibrando senza capacità di autoregolazione, oltre a chiedere il semplice aumento di produzione. Il tempo sta per finire e non siamo ancora pronti.

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La transizione energetica

Pur d’accordo sull’abbandono dei combustibili fossili a favore di fonti rinnovabili, i tempi e i modi di questa transizione provocano importanti divisioni.
La posizione oggi dominante pensa che l’era dei combustibili fossili non esaurirà la propria supremazia per i prossimi decenni e che il passaggio verso un modello di consumo energetico alternativo debba essere graduale e gestito dalle forze “spontanee” del mercato e del progresso tecnico fino a quando il costo di 1 kWh prodotto da combustibili fossili (destinato a salire) supererà quello di 1 kWh prodotto da rinnovabili (che scende grazie al progresso tecnico).
Tale transizione avverrà non prima del 2050. Riguardo la tendenza alla scarsità dei fossili, questa scuola di pensiero certamente non la nega, ma la interpreta come scarsità temporanea o locale, senza contare che ci troviamo di fronte al paradosso secondo il quale le riserve utilizzabili sarebbero progressivamente cresciute negli ultimi decenni.
Il mercato, comunque, rimedia spontaneamente alla scarsità tramite l’incremento del prezzo del combustibile stimolano la tecnologia a trovare soluzioni alternative che riducano il consumo e deviano la domanda verso nuovi fornitori o riserve che diventano economicamente convenienti. Lo stesso inquinamento ne avrebbe vantaggio osservandosi, grazie alla riduzione dell’intensità energetica e del contenuto di carbonio per unità di consumo, un processo di stabilizzazione dell’inquinamento generato dalla produzione energetica.
Per intenderci, si verificherebbe la “curva di
Kuznets” secondo cui nella fase di decollo industriale vi sarebbe un aumento dell’intensità energetica che poi diminuisce successivamente in seguito allo sviluppo dell’industria leggera e dei servizi oltre alle pressioni dell’opinione pubblica.
Il quadro sembra scricchiolare quando si esaminano i dati
IEA per ciò che riguarda la domanda globale di energia. Questa è destinata a crescere fino al 2030 ad un tasso medio del 1,7%, mentre nello stesso periodo aumenteranno i consumi energie fossili. L’intensità energetica globale è destinata a diminuire dell’1,3% per effetti tecnologici, ma ciò sarà insufficiente a ridurre le emissioni di CO2 che aumenteranno al tasso medio dell’1,8% anche per aumento dell’intensità delle emissioni inquinanti globali seppure dello 0,1% (IEA 2002). Il requisito minimo di stabilizzazione dell’inquinamento verrebbe quindi disatteso.
Altri dati confermerebbero una crescente contrazione delle quantità di combustibili attingibili. Oltre al fatto che esisterebbe una contabilità economico-geologica “creativa” che gonfierebbe le quantità stimate a disposizione per ottenere quote di produzione più elevate e spuntare condizioni migliori per gli ingenti prestiti con le banche e gli organismi internazionali.
Oltre a ciò, non meno importante è la sopravvalutazione per migliorare le performances in borsa dei titoli collegati e per aumentare la loro forza contrattuale politica e finanziaria. Ma soprattutto queste valutazioni diventano cruciali per orientare fin da oggi le scelte energetiche.
Se infatti venissero aboliti gli ingenti sussidi che gli Stati concedono alla produzione e distribuzione dell’energia da combustibili fossili, questa misura potrebbe di per sé accelerare la transizione all’uso delle rinnovabili. Un’ulteriore accelerazione si verificherebbe spostando questi sussidi al settore delle energie rinnovabili per favorire lo sfruttamento immediato delle economie di scala potenziali che affretterebbe considerevolmente il sorpasso. Esistono però interessi economici, finanziari e politici molto potenti che spingono verso il rallentamento della transizione. Tutti gli stati e le imprese che hanno interessi nel settore, tendono a sfruttare le opportunità offerte dal mercato delle energie fossili il più a lungo possibile traendo il massimo profitto dalla loro produzione e distribuzione prima che esse si esauriscano o cessi la convenienza economica del loro uso e comunque prima che termini la fragile stabilità politica dei paesi produttori.
In sostanza cercheranno di monetizzarlo il più rapidamente possibile prima dello scavalcamento di prezzo delle rinnovabili. Una alternativa possibile sarebbe quella di investire nel nuovo settore anticipando sul piano della ricerca gli altri concorrenti in modo da continuare a soddisfare la domanda di energia. Gli stessi Stati, che importano la stragrande maggioranza di energie fossili, sono riluttanti a prendere misure dirette a ridurre il consumo anche per il cospicuo gettito fiscale che ne deriva. In sostanza la cosiddetta mano invisibile del mercato sembra inesistente, in quanto l’allocazione delle risorse ed i prezzi sono manovrati da mani perfettamente visibili ed identificabili.
La stessa IEA (Agenzia internazionale per l’energia) dice cose interessanti per ciò che riguarda la domanda globale di energia che è destinata a crescere fino al 2030 ad un tasso medio del 1,7%, mentre nello stesso periodo aumenteranno i consumi energie fossili. L’intensità energetica globale è destinata a diminuire dell’1,3% per effetti tecnologici, ma ciò sarà insufficiente a ridurre le emissioni di CO2 che aumenteranno al tasso medio dell’1,8% anche per aumento dell’intensità delle emissioni inquinanti globali seppure dello 0,1% (IEA 2002).
Il requisito minimo di stabilizzazione dell’inquinamento verrebbe quindi disatteso. Le implicazioni politico-economiche di questa transizione non saranno quindi neutre ed automatiche, ma necessiteranno di tutta l’attenzione possibile dei cittadini.

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Nobel dell’economia e qualità dell’aria

Dopo Al Gore, il comitato per il Nobel non cessa di stupirci. Il trio di americani Nobel ex-aequo per l’economia, entra di forza anche nella nostra discussione su qualità dell’aria e limitazioni del traffico. Strano, ma è così e qualche economista come l’ex ministro Siniscalco lo ha indirettamente ricordato.
Ricerche che hanno portato ad individuare “un metodo per fissare l’allocazione più efficiente delle risorse impiegate in un modello” dicono da Oslo o semplicemente “si tratta di capire quali informazioni rilevate nella nostra società possono essere utilizzate per meglio distribuire le risorse” secondo Myerson, uno dei tre.
In sostanza il campo di analisi premiato è importante per la smitizzazione della fede nell’ideologia del mercato ed è utile per comprendere come l’oggetto dei fallimenti del mercato vada affrontata con la comprensione dei meccanismi e non con la semplice repressione o rifiuto.
Inquadrando meglio il nostro problema diciamo che il sistema economico funziona bene quando alloca (cioè distribuisce) in maniera ottimale i beni fra potenziali consumatori, non vi è spreco di risorse e domanda ed offerta si incontrano.
Il problema è che questo stato di cose non si verifica perché l’attività produttiva, come anche quella del consumatore, non tiene conto delle cosiddette esternalità negative, ossia dei danni provocati alla società (inquinamento, malattie professionali, uso del suolo…) senza che questa possa averne un risarcimento.
“Una esternalità negativa costituisce un danno provocato a terzi da un soggetto nel corso della sua attività, senza che preesistesse un accordo da parte di questi di assumerlo e senza che venga una compensazione a posteriori” come chiarisce Mercedes Bresso.
L’esempio classico è quello dell’emissione di fumi di una fabbrica, ma la stessa cosa vale anche per le marmitte delle nostre auto. In sostanza prendo aria pulita (bene pubblico, comune, non escludibile) e reimmetto aria con sostanze dannose.
Purtroppo il consumo di questo bene non è infinito e la collettività, nel suo insieme subisce un danno dal fatto che un singolo inquini molto più degli altri, oltre al fatto che è difficile imputare in maniera precisa ad un singolo attore e quindi nessuno in sostanza risponde del danno alla società.
Alla fine il meccanismo di “allocazione” dei costi e dei benefici secondo il mercato funziona male. E’ il classico caso di “fallimento del mercato”: qualcuno ha un vantaggio dallo sfruttamento di un bene di tutti senza pagarne le conseguenze così come danneggia la salute altrui senza fornire adeguati risarcimenti.
Il sistema di mercato “fallisce” quindi nei confronti delle risorse ambientali perché esse hanno natura di beni pubblici o di beni liberi, senza diritti di proprietà: esso non è in grado di funzionare e determinare dei prezzi utili per ripartire le risorse in modo efficiente fra usi alternativi.
L’operatore pubblico deve allora intervenire per colmare le carenze del mercato: ricreando le condizioni di efficienza economica, definendo i diritti di proprietà per le risorse che ne sono prive o regolamentando con vari strumenti il loro uso.
L’inquinamento rappresenta quindi un vero fattore negativo economico sia micro che macroeconomico. Non conviene alla società nella sua interezza. Conviene a pochi, ma non produce sviluppo economico (che è cosa diversa dalla crescita), anzi distrae risorse che comprimono l’economia.
Prescindendo dalle considerazioni sanitarie, a me comprensibilmente care, chi inquina assorbe risorse che devono essere impiegate per l’equità sociale, per lo sviluppo. Lasciare che il sistema continui nella maniera attuale, rafforza questo messaggio negativo, lo perpetua e fa in modo che chi, anche non consapevolmente, provoca il danno, sia incoraggiato a continuare.
E’ una vera e propria contraddizione, infondata dal punto di vista economico, dire che le limitazioni a chi inquina provocano una regressione economica. Provoca invece polverizzazione di risorse, non dà un chiaro messaggio alla produzione ed impiego di prodotti tecnologicamente avanzati che possono dare un vantaggio competitivo economico sul mercato globalizzato.
Queste considerazioni a mio avviso dovrebbero costituire, insieme a quelle sanitarie, il preliminare di ogni discussione sui singoli provvedimenti. Cosa poi questi premi Nobel ci suggeriscono, anche per il nostro smog, sarà l’argomento di prossime puntate.

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Economia dell’ambiente

L’ampio spazio che il tema dell’ambiente si è guadagnato anche nei media tradizionali non sembra convincerci del fatto che siamo vicini ad una soluzione del problema. Al contrario analisi discordanti e ricette varie forse complicano le nostre sensazioni e ci restituiscono al nostro precedente senso di incapacità, impotenza. Nella stessa comunicazione iniziano a manifestarsi falle pericolose che vanno dalle solite contrapposizioni tra esperti sui dati alla produzione di un’apatia diffusa come reazione al catastrofismo.
Chi si occupa d’ambiente registra, sempre più, una strana anomalia. Pur facendo la parte del leone in quasi tutte le nostre attività, l’economia o meglio gli economisti rappresentano la voce più flebile. Ciò potrebbe indurci in sospetto, visto che gli stessi spesso ammettono che l’ambiente rappresenta uno dei “fallimenti del mercato” dove il liberismo non trova spazio di manovra. Personalmente credo che la scarsa conoscenza del livello economico applicato all’ambiente sia invece una grave mancanza, una linea di sviluppo necessaria e mancante imprescindibile. E non sto solo parlando di “semplici” applicazioni come le analisi costo-beneficio, ma dell’economia più profonda. Per intenderci quella che ci fa riflettere sul come ripartire tra usi alternativi le risorse che una società possiede e che ci mostra le possibili cause che determinano l’attuale situazione di scarsa efficienza nel loro impiego.
Un’economia dell’ambiente che ci spiegherebbe perché proprio quella parte dell’industria che accusa la politica di non possedere una visione economico-aziendalistica, preferisca l’attuale sistema di “comando-controllo” con limiti di emissione e scarse sanzioni contro l’uso da parte dell’Amministrazione di veri e propri strumenti economici che le indurrebbe a cambiare approccio nella produzione dell’inquinamento. Che metta alla frusta ipotesi poco fattibili e fantasiose che non tengono conto dello stato attuale delle cose e che ci farebbero magari risvegliare in un mondo dove la mobilità è solo animale o in una eco-dittatura insostenibile.
Questa è solo una parte del problema, ma ne è un passaggio ineliminabile. Anche nel momento in cui abbozzassimo una forma di mondo a noi gradito, la traduzione di questo non può saltare l’economia. Le stesse politiche dovranno sempre più confrontarsi ed usare strumenti economici. L’economia ambientale è uno dei campi veri su cui si giocheranno anche nuove capacità amministrative. Questo è l’impegno che tenteremo di sviluppare in queste pagine.

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